PALLONE D’ALTRI TEMPI

 

La trasferta di Amaseno

 

Credo corresse l’anno 1964, ma non ci metterei la mano sul fuoco.

Di sicuro c’è il fatto che la Società Sportiva Sant’Elia, nella quale io militavo come portiere, disputava il Campionato di calcio di 2a Categoria, per la verità con scarsi risultati, visto che, con largo anticipo sulla conclusione del torneo, ci si era assicurati una serena retrocessione.

Occorreva in ogni caso onorare sportivamente l’impegno, cosa che facemmo fino in fondo e quindi anche in quell’ultima domenica di campionato, per la quale il calendario ci riservava la trasferta in quel di Amaseno. Era la fine di maggio e il pomeriggio caldo invitava ad ozi apatici d’inizio estate e non certamente ad una partita di calcio, per di più fuori casa ed ininfluente per la classifica.

Comunque si decise di andare e fu una vera impresa mettere insieme undici volenterosi, poiché molti disertarono miseramente: si riacutizzarono antiche distorsioni, si verificarono improvvisi quanto terrificanti dolori mascellari, alcuni si dissero addirittura colpiti da rari e devastanti morbi tropicali.

Strada facendo, partendo da piazza Risi, reclutammo gli “atleti” necessari, per lo più nostri amici che il pallone non lo avevano mai visto; uno di questi credeva addirittura che fosse di legno…

Qualcuno più riottoso venne prelevato con la forza, arruolato e caricato in auto.

A tutti vennero assicurate un paio di scarpette e un documento posticcio per poter scendere in campo.

Dette operazioni naturalmente ci fecero perdere del tempo per cui arrivammo ad Amaseno con notevole ritardo, al limite del tempo di attesa previsto dal regolamento; trovammo l’arbitro, giocatori locali e spettatori già piuttosto inviperiti, specialmente questi ultimi, che avevano pagato il biglietto.

L’arbitro, manco a dirlo, era piuttosto pittoresco, quasi fosse stato predestinato a tanto compito: magrolino, pallido, quasi del tutto calvo, ma con un accenno di pizzetto al mento e, incredibile ma vero, con un paio di occhialini tondi, da impiegato del catasto.

Aveva in sostanza l’aspetto di uno arrivato lì per caso e che in qualche subdolo modo avesse preso il posto dell’arbitro vero. Gli occhialini poi mi fecero subito dubitare se fossero conseguenza di esplicita richiesta da esasperate tifoserie piuttosto che di naturale necessità.

Le vicende della gara ci confermarono quanto fosse veritiera la prima ipotesi, anzi c’è da aggiungere che il poveretto avrebbe avuto bisogno di ben altro ausilio visivo che non un paio di semplici occhiali.

Ritornando a noi, durante i citati “rastrellamenti” eravamo riusciti a raggiungere il numero “legale”, permettendoci persino il lusso di schierare l’oriundo, tale Roberto Bosco di Vallerotonda.

I neofiti che per la prima (ed ultima) volta videro, senza quasi mai toccarlo, un pallone da calcio, furono Vittorio, il più giovane dei fratelli Azzoli, Salvatore Cerrone (da tempo emigrato in Francia), Manfredo Cuozzo (figlio di Amerigo, il barista) e uno dei fratelli Cocorocchio, conosciuto dagli amici con il soprannome “Bancoccio”.

Non proprio alle prime armi, ma molto giovane era Tonino Pacitto, detto “Pingiglione” per la sua statura, mentre quelli per così dire navigati, superstiti della gloriosa squadra amaranto, erano: Antonio Di Mucci (“Muccitt”), Franco Cocorocchio (“Giavarra”), Angelo Genovese (“Cannella”), Peppe Genovese, Aurelio Vallerotonda (il capitano) e modestamente il sottoscritto, oltre alla giovane speranza Mario Valente (“Gliuvì”).

Ci schierammo con un originalissimo “10-0-0”, per cui fin dalle prime battute ci venne imposto di non oltrepassare mai la nostra area di rigore dalla quale, per la verità, sconfinammo soltanto verso la fine della partita, per motivi che poi vi spiegheremo.

L’arbitro guardò a lungo il suo orologio nel vano tentativo di scorgerne le lancette: poi, con gesto di scoramento si decise a dare l’inizio all’incontro. Tentò di fischiare ma dal bizzarro oggetto nel quale si ostinava a soffiare venne fuori solo un timido sibilo, più simile ad un discreto rantolo. Comunque iniziammo.

Subimmo subito in modo inverecondo la pressione avversaria, mentre l’arbitro, quasi dimenticavo di dirlo, aveva delimitato il suo territorio di azione e si era stabilito più o meno a metà campo, in uno spazio di non più di due metri di diametro, dal quale venne fuori solo a fine incontro.

Molto prematuramente nella mia porta cominciarono a grandinare palloni ma, paradossalmente, i primi tre gol furono viziati da macroscopici fuorigioco.

La marcatura del quattro a zero fu in verità frutto di una splendida azione personale di un calciatore dell’Amaseno, che, partito da metà campo, dopo una impressionante e solitaria galoppata entrò in rete con il pallone al piede. Una prodezza da applausi, ma incredibilmente, l’originale arbitro, dalla sua postazione decretò l’annullamento del gol per fuorigioco.

Apriti cielo, ci buttammo tutti a terra, pancia all’aria, a ridere come matti; l’unico rimasto in piedi, non fosse altro che per il suo grado di capitano, Aurelio Vallerotonda, subì l’aspro richiamo dell’arbitro e la minaccia di severe sanzioni se non si fosse adoperato per farci rialzare da terra.

Nel frattempo la nostra già sgangherata compagnia aveva perso Salvatore Cerrone il quale, abbandonata la sua (si fa per dire) zona di competenza, attratto come era stato da una bellezza locale, si era sistemato su un banchetto accanto alla rete di recinzione ed era impegnato in accaniti quanto infruttuosi tentativi di approccio.

A metà circa del secondo tempo, sul punteggio di cinque a zero, i nostri avversari batterono il quarantesimo calcio d’angolo: respinsi in uscita,ma da terra non sarei mai riuscito ad intercettare il pallone nel frattempo scagliato da un avversario verso l’incrocio dei pali. A salvare la sicura rete ci pensò il Di Mucci, che con acrobatico volo smanacciò abilmente, sostituendomi degnamente: rigore sacrosanto. Ma l’arbitro dal suo lontano eremo sentenziò, tra l’ilarità generale, che si trattava solamente del quarantunesimo tiro dalla bandierina.

Incassammo poco dopo il sesto gol e a quel punto lo spazientito pubblico che, ripeto, pur aveva pagato il biglietto, credendoci pusillanimi rinunciatari anziché deficitari sprovveduti, quali in realtà eravamo, prese ad inveire contro di noi, non risparmiandoci irripetibili epiteti, sputi e perfino qualche sassata.

A questo punto avvenne l’incredibile.

Vittorio Azzoli guardò Di Mucci e “Bancoccio”, ed ergendosi a indomito condottiero, così arringò la svagata truppa: “ UAGLIÙ… IAMM ‘NNANZ !!!”

E in effetti per la prima volta tutti sconfinarono nella metà campo avversaria.

Sette minuti e segnammo tre gol, uno più strepitoso dell’altro. Ammutolirono gli spettatori e per i restanti dieci minuti di gara si guardarono bene dall’aprire bocca, temendo il ripetersi di nostre eventuali “ire”.

La partita terminò con il punteggio di 6 a 3, ma ci eravamo guadagnati il rispetto degli avversari e l’ammirazione del pubblico. Uscimmo dal campo che era quasi buio, non prima però di aver provveduto a sradicare dal suo banchetto Salvatore Cerrone.

L’arbitro finalmente venne fuori dal suo territorio ma, a causa della sua scarsa percezione visiva, si avviò nella direzione opposta a quella degli spogliatoi: solo dopo alcuni secondi, preso per mano da un dirigente locale, imbroccò la strada giusta.

In questo modo si concluse quel campionato di Seconda Categoria, con quella incredibile ed esilarante partita: pallone d’altri tempi, storie di altri tempi che suscitano ancora in me paralleli dolci ricordi di un’epoca spensierata; io quella partita non l’ho mai dimenticata.

Onore a tutti quelli che vi presero (più o meno) parte, ben trentanove anni orsono.

 

 

Gino Alonzi

 

 

 

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