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OGNUNO AL PROPRIO POSTO
“C’era una volta”, più o meno così principiava fino a qualche tempo fa ogni favole che si rispettasse. “C’era una volta”, così ci piace iniziare questo nostro racconto, che però non è una favola, anche se ne contiene tutta la genuinità degli allegri paradossi. C’era una volta un nostro amico, per la verità amico di tutti, il quale, forse per naturale predisposizione, ma più verosimilmente per lascito ereditario, ebbe il compito non facile di occuparsi di tutto ciò che riguardasse le “estreme dimore” e affini. Attività tutt’altro che allegre, anzi decisamente per stomaci sani e forti, nei quali poter allocare alla bisogna qualche buon goccio scacciapensieri per fare in modo che il dispiacere e la tristezza potessero con certezza essere attenuati. Comunque, malgrado l’ingrato compito, restava inossidabile l’efficienza assoluta e lo spiccato senso del dovere che, nel corso degli anni al nostro amico in verità non vennero mai meno. E pensare che tutto accadde in un uggioso pomeriggio di novembre, uno di quei giorni che non fai in tempo a pranzare che già il buio incombe e ti viene voglia di andare a dormire. Un giorno di novembre, il mese dei morti, non a caso per consentirci una appropriata collocazione del nostro racconto. Tenuto conto dunque dell’oscurità quasi imminente e certo che all’interno del “luogo” non ci fosse ormai alcun visitatore, il nostro amico, dato un rapido e professionale sguardo ai suoi “assistiti”, sicuro che tutto era in ordine e non avendo udito lamentele da chicchessia (ci mancava altro !), decise che per quel giorno poteva anche bastare. Chiuse il cancello, mise in tasca la grossa chiave e si avviò per il viale verso la strada maestra, diretto a casa a godersi il meritato riposo. L’imprevedibile però, lo insegna la vita, è sempre in agguato e anche in questa occasione non tardò più di tanto a mostrare i suoi effetti. In un angolo abbastanza remoto, una intera famiglia, quattro o cinque persone, si era attardata nella visita e, vuoi per la lontananza, vuoi per l’umidiccia foschia che rendeva oltremodo problematica la visibilità, a tutti sfuggì di essere rimasti chiusi all’interno e anche con scarse possibilità di uscire, vista l’altezza delle mura. Resisi poi conto della situazione, i malcapitati si diressero rapidamente verso il cancello e, visto sul viale il nostro amico che se ne stava andando, aggrappati alle inferriate accoratamente lo chiamarono: “Signore ! Signore ! Ci ha chiusi dentro, venga ad aprirci per favore !” Non l’avessero mai detto ! Questi si fermò volgendosi di scatto verso di loro, si portò una mano sulla fronte come per vederci meglio e li osservò attentamente: dopodiché senza il minimo dubbio, con voce perentoria ed autoritaria così li apostrofò: “Cosa fate lì ?! Tornate ai vostri posti !” Grande ovviamente fu lo stupore di quelle persone che non sapevano se ridere o preoccuparsi di quella loro assurda situazione, ma ad ogni buon conto e a scanso di equivoci, semmai ce ne fossero, di nuovo si rivolsero all’uomo: “Ma guardi signore, che noi non siamo morti, siamo vivi: venga ad aprire il cancello, ci faccia uscire !” Al che, per niente intimorito e ben piantato sulle sue convinzioni, egli fermamente ribadì: “ Ho detto: che ognuno torni al proprio posto, e basta !”, e ignorando del tutto le rimostranze di quei poveretti, ormai tanto impauriti, voltò loro le spalle e si avviò verso casa, convintissimo di aver come sempre fatto appieno il proprio dovere. Intanto tra logiche richieste e strane pretese, si era fatto buio, era scesa la nebbia e oltretutto piovigginava. Gli originalissimi reclusi, sempre più in preda all’ansia e allo sconforto, dopo vari e vani tentativi di arrampicata, cominciarono ad urlare e chiedere soccorso, e fu per pura coincidenza che qualcuno alla fine li notò. Accadde infatti che, rientrando dal lavoro dei campi, un contadino udì tutto quel trambusto. In un primo momento il buon uomo, tra l’altro molto timorato di Dio, si fece parecchie volte il segno della Croce e pensò in cuor suo che tutto potesse essere sistemato con qualche “Requiem Aeternam”. Accortosi invece che non si trattava affatto di presenze extraterrene, bensì di gente in carne ed ossa si avvicinò al cancello. Dopo aver inutilmente tentato di forzare la serratura decise, tranquillizzando i poveracci, di recarsi direttamente a casa del “Carceriere”. Ci volle del bello e del buono per convincere il nostro amico sulla necessità di andare a liberare i “prigionieri”; insistette per un bel pezzo, rivendicando a più riprese la sua assoluta giurisdizione su quanto, di animato o inanimato, stazionasse all’interno della recinzione, ma alla fine si convinse e qualche minuto dopo fu possibile ai novelli “Lazzaro”… rivedere la “luce”. Anche questa, cari lettori, è storia vera di fatti santeliani: tutto si è svolto pressappoco così. Corre l’obbligo però di puntualizzare che qualche gustoso passaggio o qualche ricamo letterario, ci perdonerete, sono frutto della nostra fantasia, in quanto, non testimoni diretti della vicenda, abbiamo attinto da più fonti, tutte concordi sulla sostanza ma variegate nelle colorite sfumature.
Gino Alonzi
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