Origini della valle del Rapido tra storia e leggenda

di Vincenzo Savelli

 

 

Le origini della Valle del Rapido

 

Narra la leggenda che sarebbe stata fondata dal Dio Saturno, protettore delle messi, così come altri centri della Ciociaria (Arpino, Alatri, Ferentino, Atina, Anagni, Aquino). Grande centro di umanità secolare, la nostra zona è costernata da numerosi reperti archeologici fonte di attrazione per il turista che la raggiunge, offrendo suggestioni e testimonianze di una vita arcaica.

 

Su questa regione, che è ora chiamata Italia, regnò Giano. Questi accolse come ospite Saturno, che era giunto per nave e, istruito da quello nell’arte dell’agricoltura, rese migliore il nutrimento che, prima che fossero coltivate le messi, era rozzo e selvatico. Saturno fu il Dio delle seminagioni e del tempo. Egli, nel Lazio, con l’agricoltura rese migliori i costumi crudeli degli uomini. Quella fu l’età dell’oro. Allora vivevano tutti con incredibile felicità; le messi e i frutti si offrivano spontaneamente dalla terra agli uomini.

 

Varrone Reatino (116 a.C. – 27 a.C.) (1)

 

La leggenda narra che i suoi primi abitatori furono identificati come i mitici Pelasgi, la popolazione preellenica alla quale la tradizione attribuisce la realizzazione del gigantesco sistema fortificato delle "mura ciclopiche", dette per questo "pelasgiche", ancora oggi visibili in località di Costalunga (m.348) e di Campopiano (m.476) e in numerosi punti dell'entroterra. La grandiosità di queste mura, che si trovano pure in altri paesi (Alfedena, Atina, Aquinum, Arpinum, Casinum, Sora, Signia, Arcis) e degli Ernici (Aletrium), ha suggerito alla fantasia popolare il nome di mura pelasgiche (in ricordo dei preellenici, mitici Pelasgi) o ciclopiche (i giganti omerici).

 

Ma in realtà, la storia ci narra che i primi ad insediarsi in tale luogo  furono i pastori Osci, quindi, attorno alla metà del V secolo a.C. giunsero dai monti a ridosso di Sora, i bellicosi Volsci, sicuramente in epoca preromana un secolo più tardi un altro popolo battagliero i Sanniti, sempre di origine Umbro-Sabellica.

 

 

I Sanniti

 

Chiarissimo fu l’insediamento dei Sanniti nella Valle del Rapido. Popolazione italica che secondo la tradizione deriva dalle popolazioni Sabine, del gruppo etnico e linguistico umbro-sabellico originarie dell’Appennino centrale, dove si dedicavano prevalentemente alla pastorizia e a un’agricoltura primitiva. Questa popolazione montanara era formata dall'unione di quattro tribù, come spesso elencano gli scrittori antichi: i Pentri, i Carecini, i Caudini e gli Irpini. In seguito, forse con la nascita della Lega Sannitica intorno alla metà del IV secolo a.C., altre tribù stanzianti nell'Italia centrale si unirono ad essi. Tra queste i Frentani. La tribù che costituiva il cuore del popolo sannita era quella dei Pentri, che popolava il centro del Sannio nel territorio compreso tra la catena montuosa delle Mainarde a nord ed il massiccio del Matese a sud.

 

I sanniti conservavano quindi la tradizione dei sabini: infatti in occasione di un Ver Sacrum, pare che una giovane generazione di sabini avrebbe abbandonato il proprio territorio e avrebbe dato origine ai sanniti propriamente detti.  Il Ver Sacrum denominazione latina di un importante voto pubblico, (primavera sacra) era una manifestazione divinatoria tipica delle popolazioni italiche che esprimevano in circostanze di particolare gravità. Per i Sanniti era basata su emigrazioni forzate anziché immolare le vittime umane, le si allontanavano, fatte adulte dalla città in modo che ne seguisse la fondazione di una nuova colonia (2).  A compiere questo genere di migrazioni dovettero essere i Sanniti che insidiarono le nostre aree favoriti dalle ampie aree pianeggianti al di sotto dalle pendici delle impervie montagne delle Mainarde. 

Caratteristica di questa popolazione era infatti quella di impadronirsi degli sbocchi o sul mare o nelle vallate; da la attaccavano e razziavano le aree e le città sottostanti, sempre pronti, in caso di pericolo, a rifugiarsi tra i monti dell’interno, poco accessibili agli eserciti avversari (3).  

 

Guerriero sannita - Museo
Archeologico Nazionale di Napoli (*)

 

 

 

 

Bello non abstinebant: adeo ne infeliciter quidem defensae libertatis taedebat et vinci quam non temptare victoriam malebant.

 

 

 

Non fuggivano la guerra: erano così lontani dallo stancarsi di una difesa anche senza successo della
loro libertà, che preferivano essere conquistati piuttosto che rinunciare a sforzarsi di vincere.
(Tito Livio, X, 31.14)
(4)

Questo popolo guerriero, sfruttò al massimo le miniere di ferro di Monte Meta, per forgiare armi. Per questo motivo fortificarono saldamente le città conquistate,  in vari  punti strategici a guardia della valle del Rapido e le gole del Rio Secco. Quest'area  che va dai colli di Casalucense nei pressi di Sant'Elia e quindi nelle zone di Valleluce e monte Cifalco, testimoniato dalle presenza delle Mura Poligonali Sannitiche e all'arcaica Ara Sacrificale.

A tale proposito si fa constatare che proprio questa particolare morfologia del nostro territorio, si adattava a quello ideale sannita (guerrieri-pastori), andando così a edificare roccaforti difficili da insidiare. Tutto ciò permise per molto tempo al popolo che l'abitava di controllare una gran porzione della Ciociaria che va da Casinum ad Atina fino a Cominium.

 

In questi ultimi anni si è discusso e scritto molto sulla storia dei Sanniti. Molti studiosi tra cui il grande esperto per eccellenza il canadese E. T. Salmon ma anche da parte di  molti studiosi locali come Pistilli, Vizzaccaro, Iacobelli, Mancini, Coletta, Di Mambro, ecc…, dal 1972 ad oggi si sono alternati in dibattiti anche accesi sulle collocazioni geografiche delle città sannite di  Amiternum e Aquilonia , che insieme a quelle di Cominium e Duronia vengono citate da Tito Livio in stretta relazione alle battaglie sanguinose tra l’esercito sannita e quello romano che si svolsero proprio in queste aree. Questo dibattito molto affascinante, contornato da molte certezze lascia però molti dubbi ed incertezze.

Studiando e rileggendo tutto il materiale cartaceo esistente sui sanniti si ha come l'impressione che manchi qualcosa, quindi  voglio porre una diversa ma singolare ricostruzione storico-geografica partendo non da supposizioni o ipotesi stravaganti, bensì invece proprio della recente scoperta fatta nel 1992 da parte di Sabatino Di Cicco, di estesi tratti di mura Poligonali (diverse tra loro) sulle alture di Costalunga e di Campopiano, in territorio santeliano.

 

Da un' attenta analisi si  può quasi affermare con certezza che proprio in quell'area vi è stato un insediamento Sannita. Quindi molto veritiera mi sembra l'ipotesi di B. Di Mambro che da tempo sostiene questa tesi. La domanda allora sorge spontanea: come era organizzata la nostra città di Amiternum? Gli storiografi  in questione hanno affrontato quest'aspetto quasi sorvolandolo, invece secondo la mia modesta esperienza , è forse di  fondamentale importanza per capire come fosse costituita la tribù locale.

Sappiamo che i Sanniti preferivano che fosse la comunità tribale, cioè il popolo col proprio territorio, le città ed i piccoli centri abitati, la base del sistema politico.

L'unità politica al di sotto del Touto era il pagus, una sottounità amministrativa che non era una città ma un distretto di estensione variabile che poteva a sua volta includere centri abitati. Amiternum faceva parte del Touto dei Carecini.

 

 

Organizzazione delle roccaforti sannite (*)

 

La città ubicata in pianura era chiamata vicus ed alcune volte era fortificata, era munita cioè di spesse mura perimetrali con torri e porte vigilate. Quella delle zone montagnose era chiamata oppidum ed era quasi sempre fortificata. I Sanniti erano una popolazione che, prima delle guerre contro Roma, vivevano in vicus di pianura o di mezzacosta. Alla seconda metà del IV secolo a.C. sono databili, invece, quasi tutti gli oppidum o fortificazioni esistenti nel territorio del Sannio (5). Questa nuova fase edificatoria avvenne proprio in concomitanza con lo svolgersi delle guerre sannitiche, un vero e proprio arroccamento dovuto ai cruenti scontri con i Romani. Non a caso abbiamo voluto con forza ribadire questo aspetto per cercare di capire la struttura sannita della zona. Di solito queste fortezze, con mura alte più di tre metri e spesse mediamente più di un metro, cingevano la cima di montagne già di per se difficili da salire. Le mura, costruite in opera poligonale, raggiungevano in alcuni casi i sei o sette chilometri di lunghezza. L'area all'interno di questi luoghi fortificati era adibita al ricovero delle genti, delle merci ed in particolar modo degli armenti, cioè la prima cosa che veniva ad essere requisita dagli eserciti romani per sfamare le proprie truppe. In questo modo i Sanniti, oltre a custodire il fulcro dell'economia dell'epoca, toglievano ai nemici il metodo sicuro per procurarsi un facile sostentamento. Né i vici né gli oppida avevano vita politica a se stante, dipendendo sempre dall'organizzazione territoriale del pagus di appartenenza. Il pagus era quindi un distretto semidipendente che si occupava di questioni sociali, agricole e sopratutto religiose. Attraverso di esso avveniva il reclutamento militare. I suoi membri si riunivano in assemblea dove approvavano leggi locali ed eleggevano i propri rappresentanti nel consiglio del Touto. Durante l'epoca della loro storia, i Sanniti annoverarono quattro Touti fondamentali, quello dei Pentri, dei Carecini o Carricini, degli Irpini e dei Caudini, ed in seguito furono ampliati con l'annessione dei Frentani. Dagli studi di queste mura, dall’aspetto morfologico, della loro posizione geografica farebbe pensare che quasi sicuramente Amiternum era un oppidum. Ma qualche dubbio rimane caratterizzato dalla presenza dell’area sacrificale (che solitamente era tra i boschi, e lontana alcune centinaia di metri dal centro urbano) internata nelle mura di cinta. Ora potremmo pensare o che sia stata internata dalla costruzione di mura di sucessiva generazione o che sia un pagus vero e proprio. E' chiaro allora che la nostra Amiternum era luogo strategico e quindi tappa obbligata da conquistare da parte dei i romani.

 

 

LA TERZA GUERRA SANNITICA

 

 

Rifugiatisi tra le loro montagne, i Sanniti dopo Sentino si riorganizzarono per l'inevitabile scontro con gli eserciti di Roma che, in modo inesorabile, sarebbero arrivati per soggiogarli e conquistare l'intero loro territorio. La città di Amiternum era il passaggio obbligato da Casinum per Atina ed era anche un punto strategico di difesa dagli attacchi dei romani. Roma infatti stava preparando contro i Sanniti le manovre e le azioni per arrivare ad una soluzione finale e definitiva per cacciarli dai quei valichi di montagna per liberarsi la strada di congiungimento con le proprie colonie pugliesi e lucane. Fino alla fine del 294 a.C. i Sanniti, sempre arroccati tra le loro montagne, cercarono di spezzare quella morsa che i Romani avevano rafforzato per controllare, questa volta in modo meticoloso, il territorio del Sannio. Diverse e repentine furono le incursioni sannite nelle terre dei Falerni e degli Aurunci. I guerrieri sanniti avevano creato una linea di sbarramento  tra la valle del comino e Venafro, a difesa dei loro entroterra e delle loro città più importanti; Amiternum (tra i monte Cifalco e le colline del Rio Prepoie) sentinella di valico tra Casinum per Atina.  

 

La II e IV Legione romana, comandate dal console Volumnio Flamma che si era tenuto fuori dalla battaglia di Sentinum ed a guardia del territorio a sud del Lazio, ebbero scontri cruenti con le schiere sannite tanto che solo con l'aiuto delle legioni di Appio Claudio Cieco, rinforzatesi con nuove leve, riuscirono ad evitare una catastrofica disfatta.
Oltre ad impegnarsi in opere di contenimento nei territori confinanti con il Sannio, i Romani si prodigarono ad annientare le forze ribelli degli Etruschi ed degli Umbri che ancora imperversavano nelle rispettive aree di provenienza, chiudendo quel corridoio attraverso cui si erano stabilite le relazioni di alleanza tra i vari popoli italici. I Sanniti, ormai consapevoli dell'imminente invasione romana, impiegarono tutte le loro forze e il loro ingegno per difendere le loro ultime roccaforti. Prepararono ed organizzarono la dura lotta di posizione, mobilitando tutti gli uomini a loro disposizione ed equipaggiando con nuove "fulgide" armi un corpo speciale di guerrieri, la Legio Linteata
(6).Molti studiosi dei sanniti affermano che parte della Legio Linteata poteva trovarsi proprio nella valle del Rapido, perché in rapporto alle uccisioni che avvennero in quel periodo direttamente negli accampamenti delle truppe consolari romane poste a controllo del territorio del fiume Liri, questa legione sannita doveva essere nella possibilità di compiere sorprendenti azioni rapide e molto cruenti (7). Nel 293 a.C. i Romani erano ormai i dominatori di tutte le popolazioni schieratesi contro di loro durante la "Guerra delle Nazioni", potendo così organizzare, con tutte le loro forze, l'assalto finale al Sannio.  

 

 

La valle del Rapido: centro della battaglia per la conquista di Aquilonia

 

Come sopra supposto la 3° guerra sannitica vede il territorio della valle del Rapido al centro di sanguinose battaglie. Infatti il grosso delle forze romane concordate le linee base dell'azione,  si mosse alla volta del Sannio, sia partendo dalla valle del medio Liri, avendo la loro base ad Intermna Lirenas, sia da Teanum Sidicinum, nella Campania Settentrionale. Le roccaforti sannite di Cominium ed Aquilonia erano l'obiettivo principale, le difese occidentali nell'area di Aesernia dove si era organizzato il grosso della Legio Linteata.

 

Ipotesi sullo svolgimento della battaglia di Aquilonia (293 a.C.)

 

Tito Livio, scrive che il Console Romano Spurio Carvilio, partito con le sue due legioni da Interamna Lirenas Succasina "Profectus in Samnium vi cepit   Amiternum", muovendo da Interamna Lirenas (e non dall’umbra Interamna Nahars) verso nord lungo il fiume Rapido oltrepassò Casinum, invase e saccheggiò la città sannita di Amiternum, che fino ad allora era stata una spina nel fianco per gli eserciti romani. Guardando la cartina si riesce facilmente a capire che una volta conquistata Amiternum il varco era oramai fatto e le porte per gli eserciti romani si erano aperti. Amiternum era il punto cardine da conquistare infatti poi Spurio Carvilio risalì nella gola di (Capodichino) devastò tutta la zona di Atina e si fermò nei pressi delle mura di Cominium.  

 

 

foto Gola di Atina

Contemporaneamente l'altro console Papirio Cursore, figlio dell'omonimo console che combatté i Sanniti vent'anni prima, mosse dalla Campania settentrionale e oltrepassando il massiccio del Matese, devastò e saccheggiò Duronia e pose in assedio Aquilonia.

Avendo così accuratamente sincronizzato le loro azioni, i due consoli si trovarono a circa trenta chilometri l'uno dall'altro, mantenendosi in contatto con messaggeri. Così decisero di attaccare lo stesso giorno, sia contro Cominium che contro Aquilonia. L'esercito di Papirio Cursore si scontrò con le difese imbastite dalla Legio Linteata schierata ad Aquilonia, mentre Carvilio Massimo impegnò a fondo le sue truppe per espugnare Cominium. I combattimenti furono così cruenti che si protrassero per l'intera giornata fino a tarda notte. Alla fine, espugnate ambedue le roccaforti, si contarono più di cinquantamila morti lasciati sul campo. I guerrieri superstiti della Legio Linteata trovarono rifugio a Bovianum, dove organizzarono un estremo tentativo di difesa (8).

 

Quella romana fu una grande vittoria, da cui tanta gloria derivò ai consoli tanto da rendere i loro nomi ricordati dalle generazioni successive. La razzia effettuata nelle città sannitiche espugnate fu tale da permettere a Spurio Carvilio Massimo di erigere, sul Campidoglio, una statua di bronzo raffigurante Giove tanto imponente da essere visibile fin dai Colli Albani. Fu un successo tanto decisivo quanto celebrato. L'aver espugnato il sistema di fortificazioni della regione di Aesernia significò l'aver annientato le difese del più cruciale dei confini del Sannio. I consoli decisero di sfruttare così la situazione. Rimpinguate le schiere con nuovi rinforzi, Papirio Cursore si spinse nella valle dei Pentri (l'area alle falde orientali del Matese, attraversata dal tragitto del tratturo Pescasseroli - Candela) dove, in un attacco particolarmente cruento, riuscì a conquistare la roccaforte di Saepinum. Le truppe di Carvilio Massimo si spinsero nel Sannio settentrionale procedendo ad un'azione sistematica di assoggettamento, conquistando Velia, Palumbinum ed Herculaneum, le roccaforti a guardia del territorio di Aufidena. Le azioni degli eserciti romani si conclusero con l'arrivo dell'inverno.

 

L’epilogo della 3° guerra sannitica ci viene fornito in maniera molto esauriente dallo studioso per eccellenza dei sanniti E. T. Salmon (9) il quale descrive appunto in maniera quasi perfetta la fine del bellicoso evento ma sorvola l'aspetto sociale del nuovo dominio romano da parte delle dei nostre genti. Infatti la fine delle ostilità e il dominio romano dovettero essere per sanniti una dura e umiliante esperienza. Queste vicende cambiarono così profondamente la società e l’economia sannita, chiaramente in peggio, a favore di quella romana, che aumentò i commerci le ricchezze e la disponibilità di schiavi.

 

Da qui finisce quindi l’epoca preromana e inizia la dominazione Romana dei nostri territori. Le vicende i metodi brutali usati da Manlio Curio Dentato e Cornelio Rufino nella campagna conclusiva furono inimmaginabili per la quantità di bottino e dal numero di prigionieri che ne derivarono. Dalla loro vendita si ricavarono più di tre milioni di libbre di bronzo; ciò consentì allo stato romano di emettere la sua prima serie di monete (il famoso "aes grave") e di dare l'avvio a un sistema monetario che fu rapidamente adottato, se non imposto, in tutta l'Italia centrale. Il saccheggio non fu tutto: è lecito ritenere che sui Sanniti gravò l'onere di fornire alle truppe nemiche cibo e vestiario, dato che requisizioni seguivano regolarmente la guerra, nell'uso dei Romani, che le consideravano il prezzo della cessazione delle ostilità. I termini del trattato non ci sono noti; Livio usa l'espressione "renovatum est", ma non si può pensare che esso ripetesse le stesse condizioni dei precedenti. Del resto, Tito Livio usa la stessa espressione nel caso dei trattati fra Roma e Cartagine, che sappiamo essere stati diversi fra loro. Dopo tutto, i Sanniti erano stati ridotti alla sottomissione, non avevano negoziato la pace ed è quindi certo che i loro rapporti con Roma dovessero subire un netto cambiamento a loro sfavore. Il territorio del Sannio era stato indubbiamente ridotto, e buona parte delle terre che gli erano state sottratte erano fra le più fertili (10).

L’aspetto sociale che ne conseguì fu drammatico per le nostre popolazioni infatti se ne può cogliere un’idea da un frammento di Fabio Pittore trascritto da Strabone forse attraverso la mediazione di Polibio, dove viene offerta una lapidaria valutazione circa gli effetti della definitiva conquista di questi territori realizzata nel 290 a.C. da Manlio Curio Dentato, con la  conseguente confisca di terre seguita alla repressione della rivolta delle popolazioni locali. Fu: «allora – leggiamo- che i romani si accorsero per la prima volta della ricchezza, quando divennero signori di questa popolazione sannita» … e poi, egli non ricorda l’episodio nella sua consistenza oggettiva, materiale , ma ne sottolinea soprattutto le conseguenze sociali diciamo così, culturali, di mentalità: i Romani (qui, evidentemente nel senso dell’aristocrazia della città) non soltanto erano diventati di colpo più ricchi ma «se ne erano accorti» - aisthesthai, hanno interiorizzato la percezione della novità - e sono per questo cambiati (11).

 

Deve essere stato questo il momento in cui la valle dell'alto e medio Volturno sostituì il Liri quale linea di confine fra i due stati. In altre parole, la Lega Sannitica perse Cominium, Amiternum, Atina, Aquilonia, Casinum, Venafrum e Rufrae. Cominium e Rufrae non compaiono più nella storia, mentre Atina, Casinum e Venafrum divennero praefecturae romane (12). Non sappiamo esattamente quando ciò avvenne, ma sembra probabile che esse smisero di essere "sannite" dal 290 a.C. in poi. Venafrum non poteva certamente far più parte del Sannio, se è corretta l'ipotesi che alcune monete del III secolo recanti scritte in osco ne provengano; ma ciò significherebbe anche che la città era, a quell'epoca, uno "stato indipendente" e non ancora una praefectura romana

La dominazione  Romana inizia ufficialmente dal 272 a.C. ma bisognerà aspettare l'Epoca Repubblicana, nella seconda metà del I secolo a.C. , per cominciare a vedere tracce di insediamenti romani prima con Silla e quindi dal 58 a.C. con Giulio Cesare a favore dei veterani del proprio esercito e di quello di Pompeo. Vi sono interessantissimi resti dell'acquedotto romano che da Valleluce alimentava i serbatoi dell'antica Casinum. Maggiori insediamenti di coloni romani si ebbero nel 40 a.C., per volere di Ottaviano e molto più tardi, nel terzo secolo d.C., con l'Imperatore Settimio Severo.  

 

Bibliografia

 

(1)   Filippo Signore Tullia Pasquali Coluzzi. ROMANORUM MORES ET RES. Antologia latina. Lucarini    Scuola s.r.l. Roma 1992.

(2)   N. Turchi, La religione di Roma antica, Bologna 1939.

        Cit.anche in G. Devoto, Gli antichi Italici 2 edizione, firenze 1951.

        Cit.anche in E.T. Salmon - Il Sannio ed i Sanniti, G. Einaudi Editore - Torino 1985.

        Cit.anche in J. Watmough, The Foundations of Roman Italy, Londra 1937.

        Cit.anche in J. Heurgon, Recherches sur l’historiela religion et la civilisation de Capoune préromaine,  Parigi 1942.

(3)   Paolo Aziani Marisa Mazzi. I secoli antichi1.  La Nuova Iatalia Editrice, Firenze 1994.

(4)   Tito Livio. Libro X, 31.14.

(5)   www.sanniti.info

(7)   ibidem

(8)   ibidem

(9)   E.T. Salmon - Il Sannio ed i Sanniti, G. Einaudi Editore - Torino 1985.

(10) Aldo Schiavone, La struttura nascosta. Una grammatica dell’economia romana, in storia di Roma IV, G. Einaudi Editore, Torino 1988.

(11) Aldo Schiavone, La struttura nascosta. Una grammatica dell’economia romana, in storia di Roma IV, G. Einaudi Editore, Torino 1988.       

(12) E.T. Salmon - Il Sannio ed i Sanniti, G. Einaudi Editore - Torino 1985.

(*)    Foto  www.sanniti.info

 

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